Variante Omicron, più soggetti asintomatici o invisibili

La pandemia da coronavirus, dopo mesi di calo continuo di contagi, è tornata a correre, in Italia e nel resto del mondo. La responsabile, concordano studi e pareri medici, è la variante Omicron. Aggira, seppur parzialmente, lo scudo immunitario generato dai vaccini: anche chi lo ha ricevuto rischia di infettarsi. È poi molto contagiosa e si diffonde con più velocità di altri ceppi. In Italia è passata da una prevalenza sul territorio del 21% a metà dicembre 2021 all’81% del 3 gennaio, stima un’indagine dell’Istituto superiore di sanità e del Ministero della Salute.
In tutte le sue varianti, il coronavirus in alcuni casi colpisce con forza i contagiati _ i numeri di ricoveri e decessi causati dall’infezione in tutto il mondo non lasciano spazio a dubbi, in altri è invece un’infezione in apparenza invisibile. L’assenza di sintomi è una medaglia a due facce. L’aspetto positivo è che dimostra come il Covid-19 non sia letale per tutti, quello negativo è che si lega direttamente alla sua diffusione. Più persone non si accorgono di essere positive e conducono una vita senza restrizioni, più il virus circola. Parlare di positivi senza sintomi, a due anni da inizio pandemia, non è quindi una novità. Alcune caratteristiche di Omicron la differenziano però dal ceppo originario del virus sequenziato a Wuhan, in Cina, e dalle precedenti varianti. Tutti gli studi condotti finora ne indicano la elevatissima trasmissibilità. A questo non corrisponderebbe però una maggior letalità. Al contrario, i positivi asintomatici sono sempre di più. Va chiarito che quanto si sta osservando è legato innanzitutto alla campagna vaccinale contro il Covid-19, arrivata a coprire percentuali vicine alla totalità degli abitanti di molti Paesi del mondo. È vero che Omicron riesce a contagiare chi è immunizzato, anche dopo la terza dose, ma gli effetti dell’infezione sono più blandi rispetto a chi non è vaccinato. Qualcuno, ad esempio l’immunologo dell’Università Statale di Milano Sergio Abrignani, ha parlato anche di una trasformazione del virus in una patologia simile all’influenza nei vaccinati. In Italia si è deciso di introdurre l’autosorveglianza per chi ha avuto un contatto con un positivo ma è asintomatico e vaccinato con terza dose o booster, vaccinato con ciclo completo “primario” da meno di 120 giorni o guarito dal Covid da meno di 4 mesi. Queste tre categorie, se asintomatiche dopo un contatto con un positivo, non devono più mettersi in quarantena, né aspettare il risultato di un tampone per uscire: a loro spiega il governo _ “si applica una auto-sorveglianza, con obbligo di indossare le mascherine Ffp2 fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al soggetto positivo al Covid-19”.
Ma prende piede anche la formula dell’autotesting, ad esempio in Emilia Romagna dove dal 19 gennaio parte la piattaforma che permetterà alle persone vaccinate con almeno due dosi di certificare la propria positività al coronavirus e cominciare l’isolamento con un test antigenico rapido, eseguito in autonomia e a domicilio, registrando poi i risultati dell’autotest su un portale della Regione. La piattaforma sarà estesa anche all’autocertificazione della guarigione e quindi alla fine dell’isolamento per chi ha la dose booster. Sempre più persone contagiate svilupperebbero quindi sintomi lievi o nessun sintomo. Questo, però, potrebbe essere legato non solo allo scudo vaccinale, ma anche ad alcune caratteristiche specifiche del virus nella variante Omicron.
Alcuni studi condotti in Sudafrica a dicembre 2021, pubblicati su MedRxiv e ancora da sottoporre a peer review _ quindi ancora da verificare attraverso ricerche confermative _ sembrano dimostrare che con la variante Omicron sia più possibile risultare asintomatici che con altri ceppi. Nell’ambito di analisi per valutare l’efficacia del vaccino Moderna su persone sieropositive, su 230 partecipanti è stato rilevato come 71 di questi (31%) avessero contratto il coronavirus, contagiati dalla variante Omicron. Il 48% di loro non mostrava alcun sintomo.
I risultati sono simili a quelli ottenuti durante un’altra ricerca, sempre sudafricana, condotta sull’efficacia dei vaccini Johnson & Johnson. Si è osservato come, durante il diffondersi di Omicron, il 16% dei partecipanti allo studio fosse risultato asintomatico. Percentuale molto più alta di quanto rilevato nelle precedenti ondate pandemiche, legate ai ceppi Beta e Delta, quando il tasso di asintomatici si era fermato al 2,6%.
C’è anche chi, come il virologo dell’Università di Milano Bicocca Francesco Broccolo, si spinge a dire che “la variante Omicron potrebbe essere un virus del tutto nuovo rispetto alle altre versioni del SarsCoV2 che abbiamo conosciuto finora”.
Guardando ai risultati di due diversi studi, uno dell’Università di Cambridge e uno del consorzio giapponese Genotype to Phenotype (G2P-Japan), Broccolo osserva come le mutazioni presenti sulla proteina Spike _ quella con cui il virus si aggancia alle cellule dell’organismo _ “favoriscono la trasmissibilità del virus”. Tuttavia, “questa maggiore capacità di trasmettersi viene bilanciata da una ridotta infezione“.
“Nel caso di Omicron significa che fra la sua proteina Spike e il recettore Ace delle cellule c’è un’attrazione forte come quella di una calamita, ma poi _ spiega Broccolo _ il recettore della cellula che dovrebbe favorire il processo di fusione ha una scarsa efficienza”.
In sostanza, prosegue, “il virus cerca di entrare nella cellula come se aprisse una porta: inserisce la chiave, la gira e spinge la porta. Con la variante Omicron ci troviamo di fronte a un virus bravissimo a inserire la chiave, ma riesce a girarla solo qualche volta”.
La minor virulenza della variante Omicron mette sostanzialmente d’accordo tutta la comunità di medici e ricercatori impegnati negli studi sul Covid-19. È stata messa nero su bianco anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che _ incrociando i dati sul numero record di contagi provocati da Omicron nel mondo e le relative percentuali di decessi e ospedalizzazioni _ ha parlato infatti di una minor letalità dell’infezione rispetto ad altri ceppi, come ad esempio Delta.
Gli studi disponibili a oggi su Omicron sono ancora parziali: la variante non circola da abbastanza tempo per avere certezze. Tuttavia, se venissero confermati in futuro, alcuni di questi legano la altissima trasmissibilità e la minor pericolosità del virus in questa variante a una caratteristica in particolare.
Omicron colpirebbe, rispetto ad altri ceppi, più le vie respiratorie alte che i polmoni. Sostanzialmente, si “fermerebbe” alla gola. Così è stato riscontrato da analisi dell’Università di Liverpool, del Neyts Lab dell’Università di Leuven, dall’Università di Glasgow e da quelle di Cambridge e Hong Kong. Un altro aspetto che potrebbe aver contribuito alla larghissima diffusione di Omicron sarebbe la capacità della variante di sfuggire ai tamponi anti Covid, soprattutto nel caso di positivi asintomatici.
Dagli Stati Uniti all’Italia, diversi studi suggeriscono come i tamponi, in particolare gli antigenici, sempre più diffusi nello screening dei contagi perché disponibili anche in farmacia ed economicamente più accessibili, non riuscirebbero sempre a rilevare Omicron per via delle sue mutazioni.
Sono circa 50 i cambiamenti negli acidi nucleici di Omicron rispetto alle varianti precedenti, si legge in un report della Commissione europea. Questo contribuirebbe ad abbassare la precisione dei test rapidi nella rilevazione del virus, fino a “farli diventare inutili”, come dice Guido Rasi, consulente del commissario straordinario per l’emergenza Covid Francesco Figliuolo. Rasi spiega come “il 40% delle persone positive alla variante Omicron può risultare negativo ai test rapidi, quasi uno su due”.
L’efficacia dei tamponi rapidi scenderebbe al diminuire della carica virale presente nelle persone positive: è più difficile riconoscere il virus nei soggetti asintomatici.
In ogni caso, al di là della sua potenziale minor letalità e nonostante la capacità di abbassare la protezione vaccinale, come per gli altri ceppi del coronavirus anche con Omicron i farmaci disponibili si rivelano efficaci nel prevenire decorsi gravi della malattia. “Il vaccino riduce di oltre il 95% le forme gravi legate a un’infezione con questa variante”, spiega infatti Philippe Amouyel, professore di Epidemiologia e Salute Pubblica all’Università di Lille.