Iponatriemia, che cos’è e cosa si rischia

Le conseguenze del riscaldamento globale sulla salute umana sono legate soprattutto ai rischi dovuti alle più frequenti ondate di calore, alla maggior diffusione di parassiti e patogeni, all’aumento di carestie alimentari e idriche. Ma è probabile che i cambiamenti climatici porteranno anche a un aumento dei ricoveri ospedalieri a causa della iponatriemia, condizione in cui i livelli di sodio nel sangue sono troppo bassi. Lo suggerisce uno studio del Karolinska Institutet di Stoccolma pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, che ipotizza come un aumento della temperatura di due gradi centigradi, in linea con le proiezioni climatiche per il 2050, potrebbe far crescere i ricoveri per iponatriemia di quasi il 14%.
Quanto è importante
Il nostro organismo ha bisogno del sodio per mantenere una normale pressione sanguigna, supportare le funzioni di nervi e muscoli e regolare il livello di liquidi nelle cellule, ma la sua concentrazione è un equilibrio delicato. “Il sodio è uno degli elettroliti più importanti dell’organismo, che mal tollera le sue variazioni nella concentrazione ematica” sottolinea Andrea Giustina, primario dell’Unità di Endocrinologia all’ospedale San Raffaele di Milano. “Si tratta di una condizione che può essere dovuta a moltissime cause: in realtà fino al 30 per cento dei pazienti che vengono ricoverati con patologie acute o croniche presentano un basso livello di sodio, negli ospedali è una realtà molto frequente”. In questi casi si tratta tuttavia di diagnosi secondarie: i pazienti vengono ricoverati per altre patologie e indagini di laboratorio scoprono i bassi livelli di sodio a livello ematico. Nello studio svedese invece i ricercatori hanno preso in considerazione solo i ricoveri dove la diagnosi principale era proprio l’iponatriemia severa, con una percentuale di pazienti evidentemente più bassa.
I sintomi
È il cervello ad essere particolarmente sensibile alle alterazioni del livello di sodio nel sangue e di conseguenza i primi sintomi a comparire sono sonnolenza, letargia, confusione mentale, nausea, vomito, convulsioni fino al coma. Patologie come disturbi renali, cirrosi o insufficienza cardiaca, possono causare la ritenzione di sodio e liquidi, ma spesso l’organismo trattiene una quantità maggiore di liquidi rispetto al sodio, che risulta quindi diluito. Anche bere in modo eccessivo oppure un’abbondante sudorazione possono portare a iponatriemia. Farmaci come i diuretici sono infine un’altra causa comune di questa condizione perché aumentano la secrezione di acqua, ma anche di sodio, in particolare negli anziani. Altra causa frequente è la sindrome da inappropriata secrezione di ormone antidiuretico (Siadh), nella quale si registra una produzione eccessiva e immotivata dell’ormone antidiuretico, che riduce l’escrezione di acqua dai reni: trattenendo più acqua nell’organismo il sodio si diluisce. “Anche patologie infettive possono portare a questa condizione _ precisa il professor Giustina, che è Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano _, tanto è vero che è molto frequente in pazienti con polmonite, anche da Covid”.
Il ruolo del caldo
Ma davvero il caldo potrà influenzare il delicato equilibrio della concentrazione di sodio nel sangue? Nello studio svedese i ricercatori hanno collegato i dati dell’intera popolazione adulta svedese alle informazioni sulle temperature medie nelle 24 ore in un periodo di nove anni. In quel lasso di tempo oltre 11 mila svedesi sono stati ricoverati in ospedale con la diagnosi principale di iponatriemia. La maggior parte dei ricoverati erano donne sopra i 76 anni. Le temperature medie giornaliere sono variate da -10 a 26 gradi. È emerso un rischio 10 volte maggiore di ospedalizzazione nei giorni più caldi rispetto a quelli più freddi: per gli over 80 anni il rischio è stato 15 volte più alto. Quando i ricercatori hanno applicato i dati a un modello prognostico che prevede un riscaldamento globale di 1 o 2 gradi Celsius, hanno scoperto che i ricoveri ospedalieri dovuti all’iponatriemia potrebbero aumentare rispettivamente del 6,3% e del 13,9% Mancano tuttavia le soglie di temperature al di sopra delle quali i rischi si amplificano. “Non è detto che questi risultati possano applicarsi anche ai Paesi del sud dell’Europa dove la popolazione è più abituata a temperature elevate e gli ambienti sono attrezzati, con i condizionatori, a farci vivere al caldo” riflette Giustina. “È noto _ conclude _ che l’eccesso di calore possa portare a iposodiemia ma è verosimile che siano necessarie situazioni concomitanti e predisponenti come terapie con diuretici o la Siadh”.
Fonte: Corriere della Sera