Epidemia di listeriosi in Spagna, che cos’è e come prevenirla

Sarebbe partita da un polpettone l’epidemia di listeriosi a causa della quale la Spagna ha dichiarato ufficialmente l’emergenza mondiale. Il Ministero della Salute spagnolo si è tenuto da subito in contatto diretto e costante con le autorità europee e l’Organizzazione mondiale della Sanità, in modo tale da mettere in allerta anche tutti gli altri paesi su eventuali casi di listeriosi.
A oggi si contano 150 casi confermati solo nella regione andalusa, oltre 500 quelli sospetti (tra questi 23 donne in gravidanza) e un solo decesso, una signora di 90 anni.
Ma che cos’è la listeriosi? La listeriosi, tornata a far parlare di sé dopo i numerosi casi in Spagna, è un’infezione causata dal batterio Listeria monocytogenes, generalmente dovuta all’ingestione di cibo contaminato e pertanto classificata fra le malattie trasmesse attraverso gli alimenti.
“Nei Paesi occidentali, la malattia si sta rivelando sempre più un importante problema di sanità pubblica”, si legge sul sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). “Seppur relativamente rara, infatti, si può manifestare con un quadro clinico severo e tassi di mortalità elevati soprattutto in soggetti fragili quali neonati, anziani, donne gravide e adulti immuno-compromessi. Inoltre, negli ultimi anni, si sono verificate frequenti epidemie, soprattutto in seguito alla distribuzione di cibo contaminato attraverso le grandi catene di ristorazione”, aggiunge.
Il batterio che causa la listeriosi è ubiquitario, molto diffuso nell’ambiente e si trova comunemente nel suolo, nell’acqua, nella vegetazione e nelle feci di numerose specie animali, senza che questi mostrino sintomi apparenti. Può contaminare qualunque livello della catena di produzione e consumo degli alimenti. Può crescere e riprodursi a temperature variabili da 0 a 45 C, tende a persistere nell’ambiente e quindi essere presente anche in alimenti trasformati, conservati e refrigerati.
Gli alimenti principalmente associati all’infezione da listeriosi comprendono: pesce, carne e verdure crude, latte non pastorizzato e latticini come formaggi molli e burro, cibi trasformati e preparati (pronti all’uso) inclusi hot dog, carni fredde tipiche delle gastronomie, insalate preconfezionate, panini, pesce affumicato.
Più raramente le infezioni possono verificarsi attraverso il contatto diretto con animali, persone o l’ambiente contaminato. La listeriosi può assumere diverse forme cliniche, dalla gastroenterite acuta febbrile più tipica delle tossinfezioni alimentari, che si manifesta nel giro di poche ore dall’ingestione, a quella invasiva o sistemica. Le donne in gravidanza di solito manifestano una sindrome simil-influenzale con febbre e altri sintomi non specifici, come la fatica e dolori.
Tuttavia, le infezioni contratte in gravidanza possono comportare serie conseguenze sul feto (morte fetale, aborto, parto prematuro, o listeriosi congenita). In adulti immuno-compromesse e anziani, la listeriosi può causare meningiti, encefaliti, gravi setticemie. Queste manifestazioni cliniche sono trattabili con antibiotici, ma la prognosi nei casi piu’ gravi è spesso infausta. L’incubazione media è di 3 settimane (ma può prolungarsi fino a 70 giorni).
La migliore strategia di lotta alla listeriosi passa attraverso una efficiente prevenzione, che si può facilmente attuare applicando le generali norme di igiene e attenzione previste per tutte le altre tossinfezioni alimentari: dalla cottura completa dei cibi al lavaggio accurato delle verdure prima di consumarle, dalla separazione delle carni crude dalle verdure e dai cibi cotti e pronti al consumo fino alla scelta di prodotti lattiero-caseari pastorizzati.
E’ bene inoltre lavare scrupolosamente le mani e gli utensili da cucina dopo aver maneggiato alimenti crudi e consumare in tempi brevi alimenti deperibili. Data la sua natura batterica, il trattamento della malattia passa attraverso una terapia antibiotica, sia per gli adulti che per i bambini. Una cura antibiotica somministrata precocemente a una donna incinta può prevenire la trasmissione della malattia al feto.

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