Dismissione nucleare, a che punto siamo in Italia

Sogin ha chiuso il 2021 con una previsione di avanzamento fisico delle attività di decommissioning degli impianti nucleari, grazie a un lavoro di efficientamento dei processi e delle azioni di risanamento intraprese, pari al 7,2%, ben oltre l’obiettivo di budget fissato inizialmente al 6,6%. Si tratta di un valore che, unito all’obiettivo di oltre il 10% per il 2022, porterà il cumulato del biennio ad oltre il 17%, una percentuale altissima se paragonata al 28,3% complessivo degli anni precedenti (1999-2020). Alla fine di quest’anno l’avanzamento fisico globale raggiungerà oltre il 45%, con un’accelerazione frutto di un profondo lavoro di efficientamento delle procedure e degli interventi.
Nonostante la pandemia e il fisiologico rallentamento nella prima parte del 2020, non a caso, anche il numero delle giornate lavorate dalle ditte esterne sui siti è stato, soprattutto nel 2021, sempre superiore al 2019, ultimo anno ante-Covid. Inoltre, nel 2021 Sogin ha perfezionato ben 578 contratti per un valore di quasi 177 milioni di euro. Procede anche l’attività di decommissioning più complessa, ossia quella che riguarda lo smantellamento del nocciolo del reattore della centrale nucleare del Garigliano, mentre il 31 dicembre scorso Sogin ha completato la fase 1 del Piano globale di disattivazione dell’impianto Fn di Bosco Marengo, il primo impianto nucleare italiano nel quale la Società ha terminato le attività di decommissioning.
Nell’Impianto plutonio (Ipu) del sito di Casaccia, Sogin ha portato invece a termine alla fine del 2021 lo smantellamento delle 56 Scatole a Guanti (SaG) che durante l’esercizio erano impiegate per attività di ricerca sulla produzione di elementi di combustibile nucleare a base di Plutonio.
Deposito nazionale delle scorie radioattive: lo stato dell’arte
Il 14 gennaio scorso è terminato il dibattito pubblico sul progetto del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e Parco tecnologico. La consultazione, avviata il 5 gennaio 2021 con la pubblicazione da parte di Sogin della proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente Idonee (Cnapi) ad ospitare questa infrastruttura, ha rappresentato una grande operazione di coinvolgimento dal basso degli stakeholder della società civile (istituzioni, associazioni, comitati, imprese, professionisti e cittadini), raccogliendo oltre 600 tra domande, osservazioni e proposte da 322 soggetti.
Attualmente Sogin, sulla base degli esiti della consultazione pubblica, compreso il Seminario Nazionale svolto dal 7 settembre al 15 dicembre scorso, sta predisponendo la proposta di Carta nazionale aree idonee (Cnai), che sarà trasmessa al Ministero della Transizione Ecologica (Mite) entro il 15 marzo prossimo. Dopo alcuni passaggi autorizzativi, che vedranno protagonista anche l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), il Mite di concerto con il ministero delle Infrastrutture e della mobilità Sostenibili, approverà la Cnai, che sarà pubblicata.
A quel punto, le Regioni e gli Enti locali potranno esprimere le proprie manifestazioni d’interesse, non vincolanti, ad approfondire ulteriormente l’argomento e proseguire il percorso partecipato di localizzazione del Deposito.
Le preoccupazioni che arrivano dall’Ucraina
L’impianto di Chernobyl pare sia sotto il controllo russo, ma l’Autorità di sicurezza nucleare ucraina (Nsriu -State Nuclear Regulatory Inspectorate of Ukraine) ha successivamente comunicato che il sito di Chernobyl “continua ad essere gestito dall’operatore ucraino e che non vi sono elementi di criticità collegati al mantenimento in sicurezza”.
La situazione, tuttavia, intorno all’area preoccupa. “I sistemi di monitoraggio e misura hanno rilevato nei giorni scorsi un innalzamento della radioattività nell’ambiente fino a 15 volte il valore medio misurato nel 2021 _ ha affermato il direttore dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, Maurizio Pernice. Il fenomeno risulta confinato all’interno della zona di esclusione interdetta a seguito dell’incidente del 1986 e, probabilmente, è dovuto al passaggio di mezzi militari pesanti che hanno provocato la sospensione di radionuclidi depositati al suolo; in proposito, nella zona di esclusione sono presenti molte trincee create dopo l’incidente dove sono stati sotterrati i rifiuti radioattivi prodotti durante le fasi di mitigazione e gestione dell’incidente”. Per quanto riguarda materiali e strutture presenti nell’area conclude Pernice _ “nel sito di Chernobyl sono presenti quattro reattori spenti e in disattivazione, in uno dei quali si verificò l’incidente. Quest’ultimo ospita ancora al suo interno il combustibile fuso che ancora oggi rappresenta la maggiore criticità per la messa in sicurezza definitiva del sito”.
Fonte: AdnKronos